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Gli autobus di Samoa

foto di Sara Ferrandi a SamoaCari Hobo,

oggi ci spingiamo a una distanza che questo blog non aveva mai raggiunto: l’isola di Samoa nel mezzo dell’Oceano Pacifico. La mia amica Sara Ferrandi sta per finire uno stage alle Nazioni Unite, United Nations Development Programme – Environment Unit. La sua base è ad Apia. Chi segue Hobomondo su Facebook ha già letto qualcosa scritto da lei: un minireportage che ha scritto quando il ciclone Evan ha colpito la sua isola. Forse non ne avrete letto molto sui giornali, qui un riassunto fino al giorno in cui è arrivata la Banca Mondiale, pubblicato su Cultura Commestibile.

Ora Sara, che sta per concludere la sua esperienza. La fine di un viaggio, di qualunque forma e senso, è il momento migliore per raccogliere quei piccoli segni che ti fanno capire un luogo. E trasformarli in un consiglio per altri viaggiatori.

Le gambe dei Samoani

Sara Ferrandi

Samoa è un’isola a sud del Pacifico. I tre termini che ho appena usato per descriverla ne connotano i tratti culturali, oltre che i lineamenti geografici.

Primo, le isole son sempre posti strani. Possono appartenere a paesi che affacciano sul Mediterraneo, o essere minuscole e sperdute in balia degli oceani, ma sono terre in cui chi ci è nato, prima ancora che un abitante, è un isolano. Isolato, aggiungerei in questo caso.

Tento di rievocare l’immagine di Pacifico che mi è saltata in mente quando ho localizzato per la prima volta Samoa sul planisfero, un anno fa. Per intenderci, il cipresso scuro che associamo inconsciamente all’idea di campagna toscana, o il vino rosso scuro e corposo che abbiniamo mentalmente alla parola Puglia. Il primo pensiero che ha preso forma nella mia fantasia è stato quello delle donne polinesiane, dal viso scuro e dolce, ingentilito da un fiorellino all’orecchio. Guerrieri indigeni, tatuati e vestiti di foglie e ossa di balena. Nelle isole del Pacifico questi tratti, spontaneamente associati ai loro abitanti dai lontani europei, sono rispecchiati fedelmente. Con declinazioni più o meno moderne a seconda di dove gli arcipelaghi si sparpagliano nella vastità di questo oceano e dei loro contatti con le culture continentali.

Il caso vuole, inoltre, che Samoa si trovi proprio nella parte meridionale dell’emisfero, riflettendo alcune delle caratteristiche principali che noi italiani associamo agli abitanti del sud del nostro paese: calorosità, accoglienza, disponibilità, religiosità, lentezza e dipendenza da legami familiari assai vincolanti.

viaggiare in auotus a samoaCome ogni singola cultura del mondo, quella samoana necessiterebbe di mesi, anni per essere conosciuta, compresa in tutte le sue più tradizionali articolazioni. Ma progettando un viaggio relativamente breve, in cui, oltre a godere delle sue spiagge paradisiache e del profumo dei suoi fiori, si desideri assaggiare il sapore della sua gente, vi consiglio di viaggiare in autobus. O meglio, di prenderlo non allo scopo di spostarvi, ma semplicemente con l’intenzione di trascorrerci un po’ di tempo, dirigendo il vostro sguardo al suo interno, invece che, come naturale, verso il paesaggio circostante.

Ecco perché. Innanzitutto, non si tratta di classici pullmann, ma di autocarri adattati al trasporto passeggeri tramite la messa a punto di durissimi sedili in legno. Ognuno personalizzato dal conducente a seconda del suo credo. Immagini di Gesù, bandiere samoane, poster di Bob Marley e l’immancabile copri cruscotto zebrato di pelouche.

Nella capitale, Apia, come nel resto del paese non esiste una linea di trasporti pubblici. Esistono i “grandi proprietari di autobus” che noleggiano i loro veicoli ad affittuari a lungo termine, o, nei più fortunati dei casi, autisti che possiedono il proprio mezzo, parcheggiandolo ogni sera, a fine servizio, nel cortile di casa.

Le rotte sono indicative, così come gli orari. Sono determinati principalmente dal numero di passeggeri raggiunto al momento di mettersi in moto. Se l’autobus è vuoto, il conducente aspetterà pazientemente fino a quando si riempie. Il che può, naturalmente, comportare attese interminabili a lato di carreggiate casuali. Se nonostante ciò, non si riempie, l’autista potrebbe decidere estemporaneamente di rifare il giro dello stesso quartiere un numero imprevedibile di volte, per raccattare i ritardatari, i camminatori estenuati dal calore del sole, o i ragazzini ispirati dalla canzone in onda alla radio. Perché, altra costante immancabile, è la musica a tutto volume. Sparata da autoradio gracchianti e privi di bassi, che trasmettono canzoni di ogni epoca, lingua e provenienza, invariabilmente remixate a ritmo samoano. Sembra di trovarsi a una serata in cui il dj mette musica inascoltabile. Lui si impegna al massimo, ma la folla non balla. I ritmi scatenati spaccano i timpani, ma i passeggeri siedono immobili e con sguardo annoiato.

Vivo a Samoa da sei mesi e, nonostante l’autobus sia il mio unico mezzo di trasporto, posso dire di non avere ancora capito qual è la tariffa proporzionata al tragitto che compio ogni giorno. Sono giunta a conclusione che l’autista faccia una media dell’incasso tra i più svariati tipi di passeggeri. Quelli che “un tala (l’unità base della moneta locale) è un giusto compenso per il conducente e una spesa irrisoria per me”, indipendentemente dalla lunghezza del percorso. Quelli che “venti centesimi oggi, venti centesimi domani, se prendo il resto ogni giorno alla fine della settimana guadagno un viaggio”. Quelli che “ho dieci figli da mandare in autobus ogni mattina”. Si paga al momento di scendere. Apparentemente incurante di chi si trovi davanti, l’autista tende pigramente la mano all’indietro sbirciando l’importo con aria disinteressata e lanciandolo con gesto svogliato e automatico nel punto del cruscotto in cui accatasta le monetine. Dando il resto solo a chi lo aspetta.

L’autobus si chiama tendendo la mano in un punto qualsiasi della strada, e il conducente accosta per far scendere ogni singolo passeggero nel punto preciso in cui vuol essere lasciato, che può, normalmente, distare pochi metri dalla fermata precedente. Un viaggio breve può così trasformarsi in un’epopea per il numero di volte in cui i pesanti veicoli a diesel si fermano e, sbuffando, ripartono a fatica.

Ma l’aspetto che più mi affascina più in assoluto di questo “rito” è il sentimento di umanità con cui i passeggeri si preoccupano meticolosamente che ognuno abbia un posto a sedere. Quando tutti i sedili sono occupati, se il nuovo arrivato è un peso massimo farà alzare qualcuno di stazza inferiore e lo inviterà ad appoggiarsi sulle sue gambe. Se, invece, si tratta di un passeggero leggero, sarà invitato a sedersi in braccio a qualcuno meglio accomodato. Sempre, rigorosamente, con quel pudore religioso che sovrappone donne ad altre donne e uomini ad altri uomini. Tranne durante il più affollato dei tragitti, quello delle cinque di pomeriggio, di ritorno dal lavoro, in cui, piuttosto che lasciare qualcuno in piedi, il senso di umanità prevale sulle regole morali, e tutti siedono dove capita.

Prendetevela comoda e preparatevi a scambiare due chiacchiere con chiunque si siede accanto a voi. Per quanto esperto viaggiatore di autobus, un palagi (straniero), su un autobus samoano sarà sempre e comunque l’attrattiva più curiosa e lo spettacolo più goffo e divertente.

copertina manuale per viaggiatori solitari

L’ebook di Hobomondo

Manuale per viaggiatori solitari è l’ebook tratto da Hobomondo, pubblicato dalla casa editrice <a title=”unofficial viaggi” href=”http://40k.it/manuale-per-viaggiatori-solitari/

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